2016

“LULU AND THE RIGHT WORDS” DI E. LE PERA: VINCITORE DEL III FIRENZE FILMCORTI FESTIVAL – I BELLISSIMI TITOLI DI APERTURA E UNA NOTA DEL REGISTA

A un mese dalla proclamazione di “Lulù and the right words” vincitore del III Firenze FilmCorti Festival, riteniamo giusto ritornare sull’argomento per sottolineare ancora la bellezza e l’originalità del film interamente realizzato negli USA, pubblicando per il lettori del nostro Blog i bellissimi titoli di testa del film, nonché la comunicazione con la quale regista ha reso pubblico il risultato unanime della Giuria, presieduta da Stefano Beccastrini, sulla propria pagina.

Enrico Le Pera festeggiando la vittoria con Marino Demata e altre 26 persone.
26 novembre alle ore 21:50

Dear Friends, It is with great excitement that I am pleased to announce that our short film “Lulu and the right words” won the highest prize, Best Film, at theInternational Short Film Fest of Florence, Italy. The film competed against films coming from several countries such as USA, UK, Italy, Russia and Sweden.The quality of the films in competition was high, for example the Critics’ award went to Sharon Stone for her documentary about concentration camps.

At the link of the festival you can find the motivation by the jury for recognizing our short as the best film of the festival. It is written in Italian but I assure you that they deeply understood the meaning of this story and all the effort put in it. The fact that we wanted to tell a story about love in a very different way, using a modern language. The film was associated to the work of Hitchcock, David Lynch, Brian De Palma with a touch of Tarantino. Well, better to stay humble, and they made these associations, not us.I would like to stress out the point that the Best Film award is not an individual prize, it is a collective prize that recognizes the merit of each one involved in this project.

So, please, take the time, today, to celebrate yourself for such accomplishment. I am in Italy so I won’t be there to share this joy with you, but, please, drink one for me!

So this award goes to the one and only Marick Pilyavsky, to the inspiring Emanuela Termine, to the profound music of Federico Ferrandina, the pop post modern photography of Ben Griffin with the psychedelic lights of Ronnie Lee Gotch, the color touch of Luigi Passalacqua, the mesmerizing animation of Zach Purcell on a concept by super Lucio Fabale. And it goes to the unique acting sensitivity and depth of our Lulu, Lauren Kathrynn and to all the supporting cast: the exceptional Jonathon Carter Schall, the real deal Michael Anthony Pecina (with his spectacular club Montecristo), the one man show Beau Marie, the nobleness of Victoria Leslie, the acting elegance of Skyler Seymour, the bright talent Andrew James Scott, the fearless grit of Micah Fitzgerald, the extraterrestrial essence of Tristan Traaen and Mihai Sfetcu, the clever beauty of Carrie Macy (which supported the casting as well), the kindness and competence of Alexander Von Roon, the young brilliance of Matthew Grathwol, and the infinite smile of Lauren Compton. It goes to the helpful Yosi Berman and Vito Dinatolo, to the vision of Abigail Bradley. To the incredible exotic location of Boska Dundov and Chuck Dundov. And this award goes tome and Nick Zurlo, who both dreamed about this story and now this story is real.

What’s more to wish for? Cheers and till the next one! (Sorry, this post is long, but we are celebrating, excuse us!)

TUTTI I PREMIATI E LE MENZIONI SPECIALI

Premio per il miglior attore a

Leo Gullotta

quale protagonista del film

Lettere a mia figlia (Italia)

Regia di Giuseppe Alessio Nuzzo

Il premio va alla calda, profonda umanità con la quale Leo Gullotta riesce a portare sullo schermo, con straordinaria partecipazione e convincente caratterizzazione di un personaggio complesso e tormentato, il commovente ritratto di un padre ormai anziano che ogni sera, nel silenzio della propria vuota abitazione, scrive lettere a unafiglia che egli crede – e lo spettatore, per buona parte del film, crede a sua volta – lontana da lui, povero vecchio sofferente ed abbandonato. In realtà l’uomo, che con la figlia convive e viene da lei amorevolmente assistito, è invece ammalato di Alzheimer. “Un corto che serve a far entrare chi guarda in questa piccola storia di una malattia terribile” ha affermato lo stesso Gullotta, in riferimento a quest’opera, registicamente ricca di rara ed affettuosa attenzione alle condizioni dolenti di una malattia sempre più diffusa in età senile. Siamo di fronte a una sorta di, socialmente umile ma espressivamente potente, Re Lear partenopeo e dunque ad una grande performance attoriale.

Premio per la migliore attrice a

Lucia Sardo

quale protagonista del film

Morte segreta (Italia)

Regia di Michele Leonardi

Il premio va a rendere un sentito omaggio all’elevata maturità artistica con la quale Lucia Sardo, straordinaria attrice siciliana, riesce a disegnare la straziante condizione esistenziale di una “mater dolorosa” intrappolata nel soffocante ed oppressivo labirinto della depressione: il “male oscuro” del suo adorato figlio ma anche, di conseguenza, il proprio. Guardando questo film ci siamo trovati di fronte, assorti ed ammirati, a una recitazione di grande forza teatrale e cinematografica, capace di evocare nella nostra mente di spettatori stupefatti e commossi la pratica mirabile di una tradizione – attoriale e femminile – italiana che, nella Sardo, fa rivivere la memoria di altre grande madri addolorate del nostro cinema, quali l’Anna Magnani di “Mamma Roma” o la Sofia Loren de “La ciociara”.

Premio per la migliore colonna sonora a

Tom Davis,

autore della musica di

River (USA)

Regia di Stephanie Maxwell

La musica, fin da quando il cinema si è fatto sonoro, ha sempre accompagnato, spesso in maniera decisamente efficace, le immagini visive che scorrono sullo schermo. Essa diventa un supporto addirittura indispensabile quando il film risulta – come in tal caso – di natura ed espressione assolutamente liriche. Quand’ esso insomma tende alla poesia pura, all’ evocazione intellettualmente astratta seppure, come appunto in questi film, legata alla trasfigurata concretezza dell’acqua che scorre e dunque alla bellezza anche materiale oltre che spirituale del mondo che ci circonda. Quale più intensa, estatica, introspezione può evocarsi in noi se non quella che viene dal contemplare, con assorto e quasi ipnotico coinvolgimento, il millenario scorrere dell’acqua di un fiume? Questo film sa farsi strumento proprio di tale ricerca contemplativa ed in esso la musica straordinaria di Tom Davis sa farsi parte integrante della regia di Stephanie Maxwell, rappresentando un viaggio nell’anima mundi: quella che si cela così nei fiumi come nelle montagne e persino, forse, negli esseri umani. .

Premio per la migliore sceneggiatura a

Ezio Azzolini e Lucia Perrucci,

sceneggiatori del film

L’uomo che cuce il tempo (Italia)

Regia di Ezio Azzolini e Lucia Perrucci

Due scrittori, due poeti, due cineasti provenienti dalla medesima terra – la Puglia – ed entrambi amanti di un cinema fatto di storie concrete ma anche di ansia metafisica, posto a cavallo tra il Roberto Rossellini di certi brevi apologhi morali e il conterraneo Carmelo Bene, geniale esploratore della materialità e della trascendenza. Ezio Azzolini eLucia Perrucci hanno scritto assieme, sviluppando un soggetto dell’Azzolini, questa storia semplice e fantastica a un tempo, funerea ma in fondo persino allegra, destinata fatalmente e felicemente a farsi cinema attraverso le capacità registiche della medesima coppia di filmaker. Anche grazie alla maestria interpretativa di Donato Di Bari, il film – che si apre con una soggettiva dall’interno di una tomba – sa parlare della morte con rispetto ed ironia assieme: un binomio tematico che, nel cinema, è stato sempre indicatore di qualità sia etica che estetica.

Premio speciale della Giuria a:

An Undenlable Voice – Una voce innegabile (USA)

Regia di Price Arana

Produttrice: Sharon Stone

Il film, primo lavoro cinematografico della nota fotografa statunitense Price Arana, è prodotto – quale testimonianza del suo meritevole impegno sociale e civile – da Sharon Stone. Narra della terribile esperienza, durata oltre due anni, di internamento nei lager nazisti di Deblin e Czestochowa da parte di un ragazzino ebreo/polacco di nomeSzlamek Rzeznik. Egli fu tra i pochi bambini che riuscirono a sopravvivere. Nel 1947, all’età di 12 anni, emigrò in America, ove assunse il nome di Samuel Harris. Diventato un adulto, e affermato professionista a Chicago, ha raccontato la propria storia nel libro Samuel, il bambino sopravvissuto all’Olocausto al quale il film indirettamente si ispira. Il Premio speciale della Giuria ha inteso rendere un convinto omaggio ad un’opera di generoso intento educativo contro ogni forma di razzismo e di violenza sull’infanzia, atroci e insensati fenomeni non soltanto appartenenti al passato bensì tuttora scandalosamente presenti nel mondo.

Premio per la miglior regia a

Kate Cheeseman

per il film

Love Somehow-In qualche modo, amore (Gran Bretagna)

Un’ opera assai bella, toccante, poetica. Narra di cosa significhi, per una donna intelligente e dalla sviluppata vocazione artistica (Caitlin Macnamara, moglie del grande poeta gallese Dylan Thomas, era infatti, professionalmente, una danzatrice), diventare la compagna di vita di un artista tutto “genio e sregolatezza” (e talesregolatezza era per lui fatta, soprattutto, di eccessi alcoolici). Kate Cheesman è regista – teatrale, cinematografica e televisiva – di provata esperienza e di sensibile competenza. Le sue regie filmiche esprimono al meglio, sapendole peraltro rinnovare, le caratteristiche più classiche e intramontabili del cinema britannico: la romantica vena paesaggistica (qui, rivolta all’ambiente di Laugharne, sulla costa sud occidentale del Galles: la cittadina di mare ove effettivamente Dylan Thomas e sua moglie Caitlin si conobbero e per quale tempo vissero nonchè dove il film è stato girato); l’attenta cura nei confronti della recitazione attoriale (in tal caso, quella della superba, indimenticabile Sally George, attrice di scuola shakespeariana, qui addirittura magnifica nell’impersonare Caitlin, ormai vedova e chiamata a rievocare continuamente, in bilico tra nostalgia e ansia di libertà, il pesante fardello del ricordo di Dylan), il forte legame con la letteratura (in tal caso, appunto, con un grande poeta novecentesco quale Dylan Thomas), la sensibilità verso l’anima femminile (in tal caso, il film narra di un matrimonio, fatto di amore tempestoso e di crisi ricorrenti, visto e raccontato dalla parte della donna). Insomma, siamo dinanzi ad un’opera che fa onore a qualunque festival che la ospiti.

Il Premio per il miglior film va a

Lulù and the Right Words- Le parole di Lulù (USA-Italia)

Regia di Enrico Le Pera

Sceneggiatura di Enrico Le Pera e Nicola Zurlo

Musica di Federico Ferrandina

Interprete femminile Lauren Kathryn

Produttore: Elp Infiltrations

l premio per il miglior film lo abbiamo assegnato, con unanime convinzione, ad un’opera di forte caratterizzazione internazionale: il regista è un italiano – Enrico Le Pera, crotonese – che tuttavia vive da vari anni in America; il produttore è un italo-americano; l’attrice principale è americana ma di origini europee; l’autore della musica è italiano ma di cultura sonora decisamente statunitense; la location – Los Angeles – ècaliforniana… Il prodotto di questo melting pot cinematografico è un film assai moderno e forse addirittura postmoderno, legato al tema della violenza e di quello che il film medesimo definisce “consumismo amoroso”; espressivamente innovativo nel suo appartenere al genere che potremmo chiamare del New Noir o, pensando a Quentin Tarantino, della Pulp Fiction. Però, si tratta di un film che vuole, e sa, parlare anche d’amore. Introdotto da titoli di testa quasi hitchcockiani, il film narra di una ragazza – appunto l’ottima Lauren Kahtryn, nel ruolo di una stralunata Lulù che non può non far pensare a quella del cinema espressionista e di Louise Brooks – che diventa, a un tempo, vittima e complice di una organizzazione malavitosa. Ella si domanda, fin dall’apertura del film e con godardiano candore – se il vero amore non sia altro che una questione di pazienza (virtù sempre più sconosciuta nella nostra convulsa società) e alla fine si apre finalmente ad una versione “femminile” – ossia dolce, rispettosa dell’Altro, non aggressiva – di tale sentimento. Veramente un bel film, dunque, dal ritmo febbrile e dall’atmosfera cupa ma alla fin fine capace di aprire persino uno spiraglio di speranza.

L’amore ormai (Italia) di Roberto Gneo e Massimo Pellegrinotti: opera di poetica modernità, tesa ad indagare – con un bianco e nero degno di Nelson Almendros e con un appassionato disincanto tipico di Francois Truffaut, i complessi rapporti, sentimentali ma anche aggressivi, teneri ma anche autodistruttivi, che si usano ormai chiamare, troppo semplicemente, “amore”.

Mausoleum (Estonia) di Peeter Urbia: l’opera – graffiante ed irridente, glacialmente comica fino al risentito sberleffo – appare quale una satira, intelligente ma piena di pur elaborato livore, contro la cupa ma crudele stupidità d’un regime ormai follemente oppressivo nel proprio, ridicolmente faraonico, sogno imperiale.Mousse (Svezia) di John Hellberg: opera allegra, buffa, irriverente contro ogni conformismo e nazionalismo, burocratismo e provincialismo. Gli esseri umani muoiono ma il loro dialogo resta povero, misero, stantio. Dalla povera storia d’un furto, avvenuto ad opera di un ladruncolo francese nel negozietto d’una cittadina svedese, il cineasta costruisce una storia, assai divertente, che suona irrisoria verso qualunque tentativo di ingessare in schemi categoriali le idee, i comportamenti, le emozioni degli esseri umani.
Non cercare la logica dove non l’hai messa tu (Italia) di Ferdinando Maddaloni: si tratta di un’opera – una docufiction potremmo definirla con termine di moda ma in tal caso di elevato livello estetico e politico – che sa sviluppare un accorato discorso di potente impegno civile, sociale, morale nel proprio ricordare la figura di Anna Politvoskajia, giornalista russa e martire dell’autonomia cecena. Insomma, un esempio di come il cinema – linguaggio universale – sappia farsi testimonianza dei diritti di libertà – ma anche del loro spregio – nel mondo.

The good boy (USA), di A. L. Lee: un film duro, violento, quasi concentrazionario nel proprio chiudersi tutto quanto nel cupo e soffocante universo di un bar della periferia d’una sconosciuta ma crudele metropoli. In essa, un giovane pugile ammaestrato all’aggressività può sottoporre, in nome di valori disumanamente alienanti, a un pestaggio tremendo un povero giovane autistico. Un ritratto terribile, quasi claustrofobico, d’una società ammalata di avidità, di competitività, di afasia comunicativa e comportamentale.