8° FFF – L’angolo degli Autori –”ZEDA THE HUNTER”

Inverno 2047. Dave scala le montagne per cacciare in un’area riservata. Seguendo un lupo nel profondo della foresta scopre un antico rudere, alcuni menhir che formano un cancello. Affascinato, Dave attraversa il cancello ed entra in una terra misteriosa. Qui affronterà il suo alter- ego: un vecchio di nome Zeda, un cacciatore d’altri tempi. Da cacciatore Dave viene braccato… e riceverà una nuova identità. Dave inizia una nuova vita nel deserto delle montagne.

Winter 2047. Dave climbs the mountains to hunt in a restricted area. Following a wolf in the depths of forest he discovers an ancient ruin, a few menhirs which form a gate. Fascinated, Dave walks throught the gate and enters a mysterious land. Here he will face his alter-ego: an old man named Zeda, a hunter from an ancient time. From hunter Dave becomes hunted …and he will receive a new identity. Dave starts a new life in the wilderness of mountains.

SCRIPT ANALYSIS

La sceneggiatura di ZEDA THE HUNTER è il risultato dell’interesse e della passione dell’autore per la psicologia analitica junghiana, la storia delle religioni arcaiche, l’archeologia e l’antropologia.

Per millenni la caccia è stata non solo una fonte di sopravvivenza umana ma anche un motivo narrativo universale, ricorrente nelle culture dell’umanità (mitologia, fiaba, leggenda, favola).

Rispettando le regole del canone di genere (fantasy), la sceneggiatura propone una storia originale, che sta alla base di due temi: il cacciatore braccato e l’immersione nella psiche abissale.

La sceneggiatura non è una finzione di anticipazione, immaginando mondi futuri e scientifici, ma una che mira molto indietro, portando il filo narrativo a mondi ed epoche storiche passate, antiche, che forse avevano una conoscenza più profonda e un modo per essere in sintonia con l’ambiente/ il naturale. In questo senso, come note del fantastico abbiamo inserito nel racconto elementi visivi di magia, rituale, apotropaico o la suggestione della metempsicosi: pratiche delle antiche società umane. Inoltre, la “scena” in cui si svolge l’azione è quella personificata, ovvero la montagna, che sembra avere poteri misteriosi e fantastici come un’enorme creatura.

L’idea di base della narrazione è stata ispirata da un concetto (“sincronicità psichica”) della narratrice Marie Louise von Franz, celebre discepola di CG Jung, argomentata e applicata nei suoi studi di archetipologia narrativa o opere dedicate all’immaginario l’inconscio collettivo, con applicazione al mito, alla fiaba, alla fantasia e alla leggenda. Secondo questo concetto, la psiche umana contiene strati attivi dell’evoluzione della specie umana, livelli arcaici che compaiono e riprendono costantemente in forme archetipiche (nel mondo onirico o nell’arte) o comportamentali (studiate dalla psicopatologia). In altre parole l’uomo, essere abissale, è sempre, indipendentemente dal tempo e dallo spazio, “contemporaneo” con i suoi predecessori, con persone di tempi antichi, ormai „lontani”. Jung diceva che ogni uomo civilizzato è, negli strati profondi dellasua psiche, un uomo arcaico. Si potrebbe quindi affermare che gli antenati sono“occultati” in noi, presenti sia nel piano dell’inconscio individuale che collettivo e che abbiamo aperta la misteriosa possibilità di comprenderli e incontrarli.

Essendo la narrazione della sceneggiatura meramente visiva, non dialogica, ho deciso di costruire un’atmosfera progressivamente drammatizzata, piena di indizi, aspettative ed elementi significativi, amplificati per ogni sequenza. L’immagine, come unico linguaggio filmico, catturerà non solo il viaggio del protagonista (Dave) attraverso pittoreschi paesaggi montani, ma analizzerà in dettaglio, a fondo, il percorso psicologico ed emotivo del personaggio fino alla sua totale trasformazione in un arcaico cacciatore e abitante della montagna. Si tratta, come stile di sceneggiatura, di una direzione drammatica ascendente, in cui la tensione, il mistero, la suspense si amplificano verso un “accadere” (happening) inaspettato, fantastico.

L’elemento fondamentale che fa passare da un piano narrativo realistico a un piano fantastico è il momento del rituale magico compiuto dal vecchio cacciatore (Zeda), una sorta di atto teurgico e metempsicotico in cui il protagonista (Dave) riceve nuove valenze identitarie, una nuova forza vitale, una sorta di energia “primitiva”. Questo momento è anticipato dal punto di vista narrativo, attraverso alcuni elementi visivi di natura fantastica, nella chiave del canone di genere: il cancello formato dal menhir, l’alfabeto antico, oscuro, i fiori che crescono d’inverno nella foresta, l’aspetto spettrale del lupo, le fiamme bianche che si accendono inspiegabilmente.

Dal punto di vista caratterologico, poi, si tratta di un elemento fantastico di natura psicologica: Dave, il protagonista, sembra incontrare il suo alter ego arcaico e si identifica pienamente con lui. Il rogo del vecchio cacciatore Zeda, immaginato sotto forma di rito di incenerimento, significa un nuovo investimento psicologico e spirituale: Dave, il protagonista, assume miracolosamente (fantasticamente) la sua funzione (guaritore e cacciatore), come se l’intera armatura fabulatoria avesse preteso questo culmine.

ll nome proprio ZEDA è un anagramma, composto dalla radice proto-indoeuropea “ze” ovvero “za” da cui derivano in greco antico e latino “zeus” e “dieus” o “daeus”, termini che chiamavano una divinità celeste, luminosa (Zeus). In sanscrito vedico questo dio era chiamato “Dyaus”. In una “lettura” simbolica e metaforica il titolo del scenario potrebbe essere trascritto come “Il Dio Cacciatore”.

Tutti questi elementi e particolarità della sceneggiatura, sia l’assenza della parola e dialogo (da cui la localizzazione) propongono una storia intelligibile, attraente, di facile comprensione, piena di simbolismo e apertura universale.

The ZEDA THE HUNTER screenplay is the result of the author’s interest and passion for Jungian analytical psychology, the history of archaic religions, archeology and anthropology.

For thousands of years hunting has been not only a source of human survival but also a universal narrative motif, recurring in the cultures of humanity (mythology, fairy tale, legend, fable).

Following the rules of the genre canon (fantasy), the script proposes an original story, which underlies two themes: the hunted hunter and the immersion in the abyssal psyche.

The screenplay is not a fiction of anticipation, imagining future, scientific worlds, but one which leads the narrative thread to past, to ancient historical worlds and epochs, which had perhaps a deeper knowledge and a way to be in harmony with the natural environment . In this sense, as notes of the fantastic, I inserted the story with visual elements of magic, ritual, apotropaic or the suggestion of metempsychosis: practices of ancient human societies. Also, the “scene” in which the action takes place is a personified one, namely the mountain, which seems to have mysterious, fantastic powers, like a huge creature.

The basic idea of the screenplay was inspired by a concept (“psychic synchronicity”) used by Marie Louise von Franz, the famous disciple of C.G Jung, argued and applied in his studies of narrative archetypology or works dedicated to the imaginary and the collective unconscious, with application to myth, fairy tale, fantasy and legend. According to this concept, the human psyche contains active layers of the evolution of the human species, archaic levels, which appear and resume constantly in archetypal forms (in the dream world or in art) or behavioral (studied by psychopathology). In other words, man, an abyssal being, is always, regardless of time and space, “contemporary” with his predecessors, with people from ancient times, long ago “sunset”. Jung said that every civilized man is, in the deep layers of his psyche, an archaic man. Thus, it could be stated that the ancestors are “hidden” in us, present both in the layer of the individual and collective unconscious and that we have open the mysterious possibility to understand and meet them.

The narrative dimension of the script being a purely visual, non-dialogic one, I set out to build a progressively dramatized atmosphere, full of clues, expectations and significant elements, amplified for each sequence. The “image”, as the only filmic language, will capture not only the main character’s (Dave) journey through picturesque mountain landscapes, but will analyze in detail, thoroughly, the psychological, emotional journey of the character, until his total transformation into an archaic hunter and inhabitant of the mountain. We are dealing, as a screenwriting style, with an ascending dramatic direction, in which the tension, the mystery, the suspense amplifies towards an unexpected, fantastic “happening”.

The fundamental element, which makes the transition from a realistic narrative layer to a fantastic one, is the moment of the magical ritual performed by the old hunter (Zeda), a kind of theurgical and metempsychotic act, in which the main character (Dave) receives new identity valences, a new life force, a kind of “primitive” energy. This moment is anticipated, from a narrative point of view, through some visual elements of a fantastic nature, in the key of the genre canon: the gate formed by the menhirs, the ancient, obscure alphabet, the flowers that grow in winter in the forest, the ghostly appearance of the wolf, the white flames which ignite inexplicably. Then, from a characterological point of view, we are dealing with a fantastic element of a psychological nature: Dave, the main character seems to meet his archaic alter ego and fully identifies with him.

The burning of the old hunter Zeda, imagined in the form of an incineration rite, signifies a new psychological and spiritual investment: Dave, the main character, takes over his function (healer and hunter) miraculously (fantastically).

The proper name ZEDA is an anagram, composed of the Proto-Indo-European root “ze” or “za” from which come in ancient Greek and Latin “zeus” and “dieus” or “daeus”, terms that called a heavenly, luminous deity (Zeus). In Vedic Sanskrit this god was called “Dyaus”. In a symbolic and metaphorical “reading” the title of the script could be transcribed as “The Hunting God”.

All these elements and particularities of the script, both the absence of speech and dialogue (therefore the specific location) propose an intelligible story, attractive, easy to understand, full of symbolism and universal openness.

ALEXANDER RANTA

ALEXANDER RANTA

I was born in small town from Transylvania called Hunedora, wich is located near Poiana  Rusca Apuseni and Sureanu mountains. 
From childhood was born in me the passion for hiking in mountains and also the love for  nature which has always been the main source of inspiration. I often visited the sketes  and the isolated monasteries from the mountains where I stayed to study universal  literature, philosophy and theology. 
I’m passionate about C.G. Jung’s analytical psychoanalysis as well as existentialist  psychology and also contemporary literature and philosophy. 
I finished a high school with a mathematics-physics profile in my hometown, then I  followed the courses of philosophy faculty at University of Bucharest. 
Passionate obout photography I latter attend the courses of photography and film faculty  of Hyperion University at Bucharest. After graduating I worked for some years as a  photographer for press magazines in Bucharest, specialized in fashion and beauty  photography. 
In 2013 I wrote the first short script called “Pavel” which is a drama and I produced and  directed it independently in 2015.The following year a set up my own “High Fly Film  Production” house through I made short films for which I signed the screenplay and  directed. These short films have had national and international success. 
I’m currently working on another short and feature films screenplays and in parallel I’m  filming a feature documentary about Dacian fortresses and the Roman camps from  Sureanu mountains.

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